Parco Archeologico Naturalistico Santa Cristina

Il santuario nuragico di Santa Cristina è un’area archeologica situata nel territorio del comune di Paulilatino. Il sito si compone essenzialmente di due parti: la prima, quella più conosciuta e più studiata, è costituita da(l) un pozzo sacro di età nuragica con strutture ad esso annesse. La seconda parte del complesso, a circa duecento metri a          sud-ovest, è costituita da un nuraghe monotorre e da alcune capanne in pietra. Integra il complesso l’area devozionale cristiana costituita dalla chiesa dedicata a Santa  Cristina e dai muristesnes… 

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La gestione del Parco di Santa Cristina e del Museo Palazzo Atzori sono affidati alla Cooperativa Archeotour

Il Santuario nuragico

Il santuario nuragico, comprende il pozzo sacro, la capanna delle riunioni, un recinto e i resti di una serie di ambienti disposti a schiera. Il santuario emerse in seguito a diverse campagne di scavo condotte dal 1967 ad opera del Prof. Atzeni del Dipartimento di Archeologia dell’Università di Cagliari. Nel 1940 quando il pozzo viene descritto dal Taramelli non era stato ancora esplorato, ma lo Spano ne aveva realizzato un rilievo pprossimativo nel 1857 ed uno più esatto venne tracciato dal Mackenzie, nel 1909. Il Taramelli riferisce, inoltre, il ritrovamento di una navicella votiva in bronzo (conservata al Museo archeologico di Cagliari), e di altre spoliazioni effettuate da cercatori di tesori che apportarono certamente notevoli danni. 

Il pozzo è datato intorno all’XI secolo a.C., è racchiuso da due recinti: uno più esterno di forma ellittica definito thèmenos, che delimita l'area sacra, e l'altro a forma di "serratura" che circonda il pozzo stesso. L'accesso al tempio è preceduto dal vestibolo e da questo in poi, si apre la scala, formata da 25 gradini, con una larghezza di 3,47 m a fior di suolo che si restringe gradualmente fino all’ultimo gradino con 1,40 m, per una profondità complessiva di circa 6,50 m. La scala conduce alla camera centrale ipogeica che conserva l'acqua. La camera ipogeica è a pianta circolare con diametro di 2,54 m, un altezza di 6,90 m con una tholos realizzata da blocchi di basalto levigati e disposti in filari di cerchi concentrici, che restringono progressivamente il diametro, sino all'ultimo filare che crea un piccolo foro di 35 cm di diametro sul piano di calpestio. Il percorso della scala è sormontato da architravi di copertura, formati da blocchi che creano una "scala rovesciata". Il pozzo è realizzato con una perfezione ed una precisione tale da suscitare ammirazioni persino nel mondo accademico, secondo il Lilliu “rappresenta il culmine dell'architettura dei templi delle acque” e il monumento in cui splende la “Magistra Barbaritas”.

Dalle indagini stratigrafiche, che hanno interessato il santuario, sono emersi dei doni votivi riferibili sia al periodo nuragico che a periodi successivi, come quello fenicio sottolineato da quattro statuine di bronzo e alcune figure fittili antropomorfe, inoltre nell’area annessa al pozzo si rinvennero numerose terrecotte figurate, vaghi di collana e balsamari in pasta vitrea riconducibili ad una stipe votiva di età tardo-repubblicana.

Questi reperti evidenziano la funzione sacrale del tempio a pozzo e la frequentazione protrattasi in periodi successivi a quello nuragico, infatti, intorno al pozzo sacro si sviluppa un piccolo villaggio di capanne disposte a schiera. Delle indagini di uno scavo, condotte dal 1980 al 1983 in un settore del villaggio, le tipologie ceramiche attestano frequentazioni tra il Bronzo Finale (XII-X sec. a.C.) e la Prima età del Ferro (IX-metà VIII  sec. a.C.). Tra queste la capanna delle riunioni è la meglio conservata e presenta un sedile a parete ed una pavimentazione a ciottoli di pietra.

Nuraghe e villaggio nuragico

Il nuraghe Santa Cristina è un monotorre. L’ingresso alla torre è rivolto in direzione sud-est, è architravato e presenta la finestrella di scarico. Varcata la soglia vi è un corridoio che conduce alla camera centrale che ha un diametro di 3,50 m, in cui si aprono tre nicchie. Nel corridoio troviamo a destra, ricavata nella muratura, una nicchia e sul lato opposto si apre la scala che conduce al piano superiore di cui ad oggi rimane solo una terrazza date le numerose fasi di crollo. Circondano il nuraghe resti di strutture abitative di varia cronologia. Dalle ultime campagne di scavo sono state rilevate due sepolture dinanzi al nuraghe riferibili di periodo bizantino una a cassone e la seconda a fossa. Sono presenti alcune capanne rettangolari allungate, di incerta cronologia e funzione, si tratta di costruzioni che non appartengono all’età nuragica, ma di epoca successiva. 

Il sagrato cristiano

Il sagrato cristiano si interpone fra i due settori e comprende una chiesetta e 36 piccole abitazioni dette “muristenes”.

La chiesetta, edificata nel 1200, è ad una navata, con due nicchie ed un piccolo campanile a vela sulla parte sinistra della facciata. Probabilmente, in origine, fu edificata in stile romanico ma ad oggi, dopo varie ricostruzioni, si conserva ben  poco della struttura originaria. La chiesa, pur trovandosi a breve distanza da Paulilatino,  apparteneva ai monaci Camaldolesi di Santa Maria di Bonarcado, da cui fu fondata intorno al    XII-XIII secolo, e faceva parte del priorato di Bonarcado. Fra gli abitanti dei due paesi si crearono rivalità per il possesso del santuario. La controversia fra Bonarcado e Paulilatino ebbe soluzione nel 1914, quando avvenne la cessione alla Parrocchia di Paulilatino della      chiesa campestre. Le parti più antiche della costruzione sono riscontrabili nei muri perimetrali delle pareti laterali e del fondo, costruiti con pietre di varie dimensioni cementati con frammenti di tegole e di ceramiche. Agli spigoli sono presenti conci di basalto, forse provenienti dall’area del tempio a pozzo. Intorno alla chiesa sono disposti i muristenes, piccole abitazioni costituite da uno o due ambienti e dotate di cortile nella parte retrostante, utilizzate dei devoti durante il periodo di celebrazione delle novene. 

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Santi venerati

S. Cristina vergine e martire (III-IV secolo) 

Il suo nome significa “consacrata a Cristo”. La Chiesa la festeggia il 24 luglio. È patrona dei      mugnai e viene raffigurata con la palma, simbolo del martirio e la ruota, uno degli strumenti con cui venne torturata. Il culto per la martire era già esistente nel IV secolo; dal fondo della  grotta-oratorio si apre l’ingresso alle catacombe, che contengono una sua statua giacente in terracotta dipinta e il sarcofago dove furono ritrovate le reliquie del corpo della santa. Subì    diciotto martirii riportati nei canti intonati a Paulilatino durante le novene “sos Gosos”che  precedono la domenica più vicina al 10 maggio giornata in cui si festeggia la santa. 

Al tempo dell’imperatore Diocleziano (243-312) la fanciulla di nome Cristina, figlia del              “magister militum” di Bolsena, Urbano, era stata rinchiusa dal padre insieme con altre dodici fanciulle, in una torre affinché venerasse i simulacri degli dèi. Ma Cristina ancora undicenne  si era già convertita al cristianesimo, si rifiutò di venerare le statue e dopo una visione di          angeli le spezzò. Invano supplicata di tornare alla fede tradizionale, fu arrestata e flagellata    dal padre magistrato, che la deferì al suo tribunale. Fu condannata ad una serie di supplizi, tra cui quello della ruota sotto la quale ardevano le fiamme ai quali sopravvisse, dopo di ciò fu    ricondotta in carcere piena di lividi e piaghe; dove venne consolata e guarita miracolosamente da tre angeli scesi dal cielo. Risultato vano anche questo tentativo, il padre la condannò all’annegamento, facendola gettare nel lago di Bolsena con una mola legata al collo. La grossa pietra si mise a galleggiare e riportò alla riva la fanciulla, la quale calpestandola una volta giunta, lasciò impresse le impronte dei suoi piedi; questa pietra fu poi trasformata in mensa d’altare. Di fronte a questo miracolo, il padre scosso e affranto morì, ma le pene di Cristina non finirono, perché il magistrato Dione, infierì ancora di più. La fece flagellare, poi  gettare in una caldaia bollente piena di pece, resina e olio, da cui Cristina uscì incolume, le fece tagliare i capelli e trascinare nuda per le strade della cittadina lagunare, infine trascinata nel tempio di Apollo, gli intimò di adorare il dio, ma la fanciulla con uno sguardo fulminante  fece cadere l’idolo riducendolo in polvere. Una volta morto Dione fu sostituito dal magistrato Giuliano, che seguendo i suoi predecessori continuò l’ostinata opera d’intimidazione di Cristina, gettandola in una fornace da cui uscì ancora una volta illesa. Allora Giuliano la espose ai morsi dei serpenti, i quali invece di morderla, presero a leccarle il sudore, a quel punto le fece tagliare le mammelle e mozzare la lingua, che la fanciulla scagliò contro il suo  persecutore accecandolo. Infine gli arcieri, la trafissero mortalmente con due frecce. Le precedenti “passio” greche sostenevano che Cristina, il cui nome latino significa “consacrata a Cristo”, fosse nata a Tiro in Fenicia, ma si tratta di un errore dovuto al fatto che la prima  ‘passio’ fu redatta in Egitto e che per indicare la terra degli Etruschi chiamati Tirreni dai  Greci, si usava l’abbreviazione ‘Tyr’ interpretata erroneamente come Tiro. 

Santi Cosma e Damiano martiri (inizio IV secolo)  

Fratelli originari dell’Arabia, Cosma e Damiano divennero medici e cristiani. Si recarono in    Siria e Cilicia, praticando la medicina senza compenso, operarono guarigioni miracolose e convertirono molti a Cristo. Arrestati dal governatore Lisia subirono il martirio tramite decapitazione in Cilicia nel 303, durante l’impero di Diocleziano. Giustiniano, che aveva           ottenuto grazie all’intercessione dei due santi la guarigione da una grave malattia, fece ingrandire e fortificare la città di Ciro dove erano sepolti. Il culto si sviluppò subito dopo la loro morte in Oriente e andò crescendo dopo Giustiniano e giungendo in occidente. Sono      considerati i protettori dei medici. A Paulilatino vengono festeggiati la seconda domenica di  Ottobre presso il novenario di Santa Cristina. .